Il ricatto affettivo degli oggetti

coeur sequins polystyreneMi capita tra le mani un cuoricino interamente ricoperto di paillettes bianche. Un piccolo obbrobrio che io mai e poi mai sceglierei di tenere in casa, e invece è alternativamente sul mio tavolo o sulla mensola da molti anni. In un cassetto ho anche una piccola scatola dipinta a mano, un po’ sciupata e scolorita, che però sopravvive ad ogni sessione di decluttering.

Il cuore e la scatola sono due esempi di oggetti che tengo soltanto perchè testimoniano la presenza di persone a cui voglio o ho voluto bene. Faccio una premessa: io non sono ‘sentimentale’ nel senso corrente del termine, quando finiva una storia, anche se era stata fantastica, eliminavo tutto quello che apparteneva a ‘lui’ o a ‘noi’, preparavo lo spazio mentale per quella che sarebbe nata (speravo) dopo. E se mi fanno un regalo che a me non serve, preferisco di gran lunga regalarlo a chi può apprezzarlo piuttosto che tenerlo inutilizzato o indesiderato.

E allora perchè quel cuoricino rimane sempre qui? perchè lo realizzò una mia cara zia, che già ci vedeva poco, come bomboniera per la comunione della nipotina (ora laureanda). Immagino ne abbia realizzati un buon numero, e quando lo guardo mi sembra di vederla con gli occhi strizzati e la mano incerta infilare le paillettes negli spilli, e gli spilli nel polistirolo. La zietta ora è molto anziana, ho in casa svariati splendidi lavori realizzati da lei negli anni in cui ricamava come una dea, ‘non ho bisogno‘ di quel cuoricino brutto. Che però non riesco ad eliminare. Mi tiene sotto ricatto, mi sembrerebbe di ‘buttare’ la zia.

Poi ho capito perchè lo tengo in bella vista. Se un giorno qualcuno mi dicesse ‘che grazioso quel cuore’ io glielo regalerei con gioia, e non mi peserebbe neanche un po’ separarmene… perchè saprei che va a vivere in un posto migliore, dove c’è qualcuno capace di apprezzarlo.

Non tutti gli oggetti ci parlano, ma se lo fanno bisogna davvero ascoltarli.

(P.S. il cuoricino è quello della foto, circa 5,5 x 5,5 cm. Qualcuno vuole adottarlo?)

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7 risposte a Il ricatto affettivo degli oggetti

  1. Mr.Loto ha detto:

    Capita la stessa cosa anche a me ogni tanto, non so perchè ma anch’io non riesco a buttare alcuni oggetti legati al mio passato, mi sembra quasi di mancare di rispetto alle persone “vincolate” a quegli oggetti.

    Un saluto

    • …e poi a volte dimentichiamo l’origine di quell’oggetto, e il motivo per cui lo abbiamo conservato, ma non riusciamo comunque più a separarcene! Ho un piccolo Buddha in giada, che ho tenuto per almeno vent’anni sempre sulla scrivania (con 4 traslochi in mezzo). Me lo portò un tipo da un qualche Paese asiatico, ma ora di lui ho dimenticato persino il nome… E’ sempre rimasto lì perchè ci stava bene, ed era diventato ‘di casa’. Poi un giorno mio figlio lo vide e se ne innamorò, e da allora è sempre con lui. Chissà se diventerà uno di quei piccoli tesori che passano di generazione in generazione… Ricambio il saluto!

  2. Cecilia Fubiani ha detto:

    Buongiorno a chi legge!

    Mi sono trovata a curiosare per caso in questo blog e ne sono rimasta affascinata, vuoi per i contenuti vuoi per l’italiano corretto con cui sono esaustivamente espressi gli argomenti! Finalmente!
    Ma arrivando all’argomento del post vorrei porre una domanda, che non vuole essere polemica, ossia non è che con tutto questo decluttering rischiamo di rendere la nostra casa troppo “asettica”? Perché è vero che i ricordi si trovano in primo luogo dentro di noi ma è pur vero che “qualcosa” che ci rammenti il nostro passato che ci ricordi chi siamo e da dove proveniamo rendono la nostra casa più vissuta, più nostra e ci parlano di noi, senza rischiare che la nostra abitazione sia come quella che troviamo nelle riviste, a volte troppo perfette, a volte troppo anonime..

    Scusate l’intromissione ed un saluto a tutti.
    Cecilia

    • Cecilia, no! La mia casa è piena di cose che hanno una loro storia, pensa che non ho voluto mobili nuovi di negozio, ma solo vecchi, a volte decrepiti, presi dalla casa di mia nonna, o dei miei, li ho ridipinti, restaurati se serviva, adattati all’uso che volevo. C’è ben poco di asettico nella mia casa, e così sarà sempre… Ho soltanto avuto bisogno (e non ho ancora finito) di liberarla da tante sovrapposizioni caotiche e casuali di oggetti accumulati senza un perchè. La ‘storia’ è qui, sulle pareti, nei cassetti, tutta intorno a me, e la particolarità della casa in cui vivo è proprio che non potrà mai essere una casa qualunque. Soltanto la voglio più libera, è una casa piccola, e mi mancava lo spazio per respirare! Grazie per le cose che hai scritto, Anna

  3. Denise Cecilia S. ha detto:

    La zia mi fa già tenerezza, anche se non è la mia.
    Ma il cuore… sarà deformazione professionale, ma mi fa venire in mente un virus! Eheh.
    Perdonami.

    Per il resto, perfettamente d’accordo.
    A volte basterebbe confrontarci brevemente con la persona interessata per risolvere il dilemma: scommento che tante zie tengono meno di noi ai centrini, ai pupazzetti e quant’altro ci hanno regalato al tempo, di quanto non facciamo noi personalmente…
    … non sempre si può, però, ahimè.
    In generale su questo aspetto mi sono allenata, e mi sto allenando, molto. Una volta penso di essere stata al limite del patologico: anche se alla fine non accumulavo più di tanto, soffrivo anche solo nel gettar via cose banali, oggetti collaterali: su tutti, le confezioni dei regali di Natale, oppure la carta dei cioccolatini che rappresentava una coccinella (questo alle elementari: l’orrore, per me buttare la carta equivaleva ad uccidere una coccinella, anche se finta!).
    Ne avevo bisogno per non soffocare, insomma.

    Oggi aspiro ad una casa semi-vuota: comprendo e concordo con il dubbio e la necessità che vuoto non significhi sterile, o… ferito: non è affatto così semplice distinguere e separare l’utile, il (veramente, profondamente) bello dal superfluo che pesa su di noi. Eppure dopo aver lasciato andare un discreto numero di oggetti, ora trovo più spontaneo decidere cosa è importante, e cosa lo sembra soltanto, perché occupa il proprio posto da decenni.
    Soprattutto, sto imparando a dare valore a ciò che uso adesso, a evitare nel presente attaccamenti che poi, un domani, torneranno a mettermi in crisi. A generarmi ricordi semplici, ma resistenti, che mi sosterranno così come sono invece di giustificare tanti ninnoli (non vuole essere un commento anti-ninnoli, eh!, a ciascuno le sue preferenze).

    • io odio i ninnoli, razionalmente li ho sempre detestati, poi però me ne sono ritrovata una montagna nei cassetti e, soprattutto, in soffitta. Ho buttato tutto senza neanche rifletterci, e qualcosa avrei potuto risparmiarlo. Ho vissuto un anno in Marocco e mi rendo conto che di quel periodo, pure estremamente importante per me, in casa non ho nulla, a parte una babbuccia rossa. Spero di non aver buttato l’altra, nel frattempo conservo il cimelio, certissima comunque che la seconda spunterà solo quando mi sarò decisa a sbarazzarmi della prima. Per ora tengo duro…

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