Il periodo di prova, o come affrontare una difficoltà (o un cambiamento)

come fareRicordate? quando il mercato del lavoro era sano (o forse bisognerebbe dire ‘quando c’era il mercato del lavoro’…) il periodo di prova era quel tempo -breve, ma necessario- per trasformare un contratto da precario a stabile. Serviva ad entrambe le parti per capire se fosse la scelta giusta, se fossero necessarie correzioni, o se proprio non era il caso di continuare.

E visto che quei tempi non ci sono più, e i più giovani non ne hanno mai sentito parlare, e il mio non è un blog di denuncia contro la precarizzazione, che senso ha parlarne qui, e ora, chiederanno i miei 25 lettori?!

Ne parlo perchè qualche sera fa mi sono ritrovata a rifletterci sopra ed ho intuito che darmi un congruo tempo di prova possa essere una buona soluzione ogni volta che tendo a partire con grandi slanci, grande enfasi, enormi prospettive su un qualsiasi progetto, salvo poi sgonfiarmi ai primi contrattempi, o al sopravvenire della noia.

La mia parte creativa reclama da sempre la sua autonomia, vuol essere indipendente, si entusiasma e sogna in grande (‘spazi, non perimetri’), e la gemella razionale spesso fatica a trattenerla, si trova ad inseguirla con affanno, salvo poi sghignazzare acida e perfida di fronte alla sconfitta ed uscirsene con un insopportabile ‘se mi avessi ascoltato!’

Vorrei che le mie metà iniziassero a collaborare. In questi due anni ho dovuto / voluto affrontare tanti cambiamenti sul piano personale e professionale e non sempre li ho gestiti nel modo migliore. Una parte di questo percorso è raccontato nel blog, con le sue contraddizioni e qualche insuccesso… ma talvolta i miei buoni propositi sono naufragati prima ancora che ne scrivessi.

Perchè non ci credevo abbastanza, o perchè non sono stata capace di partire col piede giusto? Il più delle volte -credo, mi pare, temo- inizio con le migliori intenzioni, ma poi subentrano le difficoltà, e anzichè cercare di risolverle come posso incespico, tento di aggirarle, ne vengo sopraffatta, aspetto, e poi rinuncio. Tutto questo a volte avviene con tempi rapidissimi, una fretta che, a posteriori, non so giustificare, ma che mi lascia addosso un pesante senso di frustrazione e di sconfitta.

Io mi sono stancata di essere vittima del mio perfezionismo e dei problemi che mi creo da sola. Non ho più voglia di rinunciare ai progetti e alle opportunità solo perchè non riesco a vedere subito i risultati, o perchè non so organizzarmi. Ed ho ancor meno voglia di vivere con ansia e con fatica situazioni che potrei gestire bene, se avessi più calma, se mi dessi il tempo, se non mi lasciassi prendere dalla voglia di mollare tutto.

Ecco il senso del periodo di prova. Prorogabile, pure. Limito le aspettative ad un periodo determinato, una settimana, un mese, a seconda dei casi. E in quel periodo cerco di risolvere un problema alla volta, o di risolvere solo la parte di problema più urgente. So che potrò darmi un’altra proroga, in cambio del mio impegno. Mi godo i piccoli successi, e cerco di inseguirne altri.

Mi do degli obiettivi circoscritti e limitati, ma li seguo. So che ho il diritto di sbagliare, di correggere, di rinunciare, se proprio voglio: ma la rinuncia non sarà più una sconfitta, bensì un punto di arrivo. Perchè anche l’ostinazione non è una gran virtù, il più delle volte.

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